Questa sera tu non mi avresti mai toccata, non ero certo in una bella condizione: lacrime accennate, sguardo perso, respiro affannoso e alto, leggero dondolio…
La terapia: sai come ci entri ma non sai mai come sei quando esci. Lì le parole sono potenti, magiche.
“33, anno della fiducia, anno della svolta” così è stato decretato senza nemmeno che me ne rendessi conto e tutte le difese, appena a casa, se ne erano andate lasciandomi inerme ed esposta. Temevo che così mi sarebbe scivolata vai l’anima, che la mia essenza si sarebbe persa nella brezza d’estate. Una bella fine forse, se io non dovessi avere ancora così tanto da vivere.
“Mi leghi?”. Le corde, anch’esse potenti, mi avrebbero tenuta ancorata qui e io non mi sarei persa.
Tu, però, sei per me ancora ignoto in quella bolla di tempo e spazio che ci divide dal resto del mondo quando stiamo assieme così. Mi agito un po’ quindi: guardo la punta dei piedi un po’ nervosa e mi tormento un unghia coi denti.
Tu, con calma, hai già portato metri di corde di canapa in salotto e mi dici di voltarmi per darti le spalle.
Comincia la danza delle tue mani ed io sono il palco su cui corde e nodi recitano la loro scena.
Prima i polsi ed i gomiti, ancora nervosa mi agito e mi lamento. Tu calmo non mi dai retta e dopo un po’ “Scusa..” ti dico piano.
Le caviglie, saltello un po’…la canapa ruvida mi fa il solletico. Sorrido
La vita ed il sesso: le corde stringono ed espongono. Come al solito mi vedo gonfia e te lo dico. Sorridi “Hai appena mangiato”
Le cosce: con premura fai giri su giri stretti e bellissimi a vedersi.
Ora ti siedi e mi dici “Voltati!” mentre la tua voce sta già cambiando intonazione: non sei più mio marito, sei qualcun altro.
Sei colui-che-non-conosco, sei colui che mi attira e lega a sè senza toccarmi.
Mi osservi zitto. Testa china (le corde mi fanno sempre questo effetto) mi guardo, mentre la fiammella, unica luce in tutta la casa silezioza, mi illumina tremula. Mi sembro bella.
Silenzio.
Il vento mi accarezza piano, di tanto in tanto: sento il frinire dei grilli, il canto degli uccelli notturni, il fiume che scorre lontano. Le tende alla finestra si muovono leggere
Sto bene adesso, le corde mi tengono unita..intera.
Ti guardo e incontro i tuoi occhi. “Perché mi guardi?” chiedi sospettoso e mi fai paura. “Così…” rispondo, poi sorrido.
Sono rilassata, il panico di prima, a cena, se n’è andato.
“Inginocchiati” la voce distaccata mi avverte che non è un consiglio
“No, ho paura cado!”
Dio, come faccio??? Sono troppo legata, non posso reggermi, non ho equilibrio , mi faccio male!!!! Penso spaventata
“Inginocchiati” ripeti con calma
“No, no, no!!!” dico piano ma concitata e mi sposto indietro e a lato: occhi nervosi che si guardano intorno.
“Torna qui”
Rimango ferma
“Torna qui” ripeti con più durezza, solo un po’, ma sufficiente a farmi avvicinare.
“Lasciati cadere in avanti”
Ti guardo dubbiosa
“Su, lasciati cadere”
Sposto l’equilibrio e mi abbandono in avanti: mi sorreggi e mi rimetti in piedi
“Sei caduta?”
“No”
“Lasciati cadere ancora”
Lo faccio e la scena si ripete
“Sei caduta?”
“No”
“Ti lascio cadere?”
“No”
“Allora lasciati cadere ancora”
Lo faccio senza pensare ed in un secondo sono in ginocchio. Sospiro e penso che pecco sempre di sfiducia. Imparerò mai a fidarmi?
“Cosa succede quando lanci un sasso in uno stagno?” chiedi con voce estranea e languida mentre con la fronte appoggiata alla tua spalla non so se voglio scappare o cosa.
“Fa le onde” Avrò detto la cosa giusta?
“Hai lanciato un sasso in uno stagno prima, lo sai?”
Silenzio. Lo so, lo voglio
“Vuoi voltarti e non guardare le onde?”
“No”
Prendi in mani i capezzoli, stringi e torci con forza.
Rivolto la testa all’indietro per il dolore: La pienezza di quella sensazione mi fanno pensare “Ti prego, ancora”…ma tu smetti.
“Perché fare fatica…” Te lo sento sussurrare quando ti allontani.
Torni con le pinze e me le metti hai capezzoli: fanno una male cane e non capisco perché…non è la prima volta.
Sento distrattamente il cuore battere più veloce e il respiro diventare difficoltoso. Sono confusa.
“Cos’hai?” mi chiedi
“Fanno male”
“In questi giorni hai i capezzoli più sensibili perché sta per arrivare il ciclo. E’ per questo che fanno più male. Lo so, non ti preoccupare. Lo so, ma non vuol dire che io non me ne approfitti”
E’ come una doccia fredda. Rimango stupita dal fatto che tu lo sappia, che tu sappia che ad una donna accade questo. Gli uomini ignorano queste cose di solito anche tu fino a poco tempo fa…..ma tu non sei come poco tempo fa.
Rifletto su quanto io sia rimasta indietro, su quanto io non riesca a vedere perché sono sempre così impegnata a recitare una parte che possa andar bene a tutti, che possa piacere. Non posso salvare il mondo, ne far stare bene tutti, né farmi voler bene da tutti. E’ un postulato che non si cambia. Io però ancora non lo capisco e perdo di vista le cose importanti… come il fatto che tu sai di me più di quel che io creda….forse anche più di quel che io sappia di me stessa.
Il cuore però batte ancora forte e il respiro è faticoso.
“Cos’hai?” chiedi calmo
“Ho paura: sono tachicardica e faccio fatica a respirare”
Un po’ di emozione, un po’ di pressione bassa…chi lo sa..
Togli le pinze (ahi!) e mi fai sdraiare: dopo poco mi sento più leggera.
Mi fai voltare sulla schiena e sono obbligata a tenere il busto rialzato da terra per non schiacciare gomiti e polsi ancora bloccati dalle corde dietro la schiena.
“Padrone posso voltarmi. Mi…” (come diavolo ti ho chiamato???)
“NO!”
Lo sai e lo stai facendo apposta.
Mi muovi vicino una candela e io mugolo piano.
“Hai paura?”
“Sì”
“Di cosa?”
“Della cera” E’ assurdo, vendo candele ed il mio rapporto con la cera colata è pessimo.
“Fai bene” dici con quella piccola sfumatura sadica che sai che mi si spara dritta al cervello e mi fa bagnare. Lo hai fatto apposta…o forse no.
Coli la cera sull’ombelico ma io sono inclinata indietro e mi scende su seno e collo.
Continui per un po’…è calda ma non brucia molto.
“Ti fa molto male?”
“Non tantissimo”
“Vendi candele raccontami perché..” le parole velate di ironia mentre continui il tuo gioco.
“Le candele..si sciolgono tanto e in fretta….. vuol dire poca stearina tanata paraffina quindi…temperatura di fusione più bassa. Come i lumini da cimitero…ahhh!!” Penso distrattamente alle mail inviate a quel master che mi chiedeva di candele per le dimostrazioni….con le corde credo…non so bene, mentre la cera comincia a bruciare e le parole mi escono a scatti tra un respiro ed un atro quando raggiungi seno e capezzoli. Profuma di citronella.
Appoggi la candela.
“Hai paura di me?”
“No”
“Dovresti, io sono l’uniche che qui ti sta facendo male. Ti colo cera bollente addosso e sto per levartela con un coltello”
Ti guardo e mi metto a ridere: non riesco a trattenermi. Mi pare una cosa così ridicola aver paura di te. Di te!!
E’ vero: ti temo ma non mi fai paura…tu ti prendi cura di me anche nel dolore. I veri mostri sono fuori da questa casa, tu non sei un mostro.
Mi volti e mi sleghi polsi e gomiti, poi ancora supina, mentre mi fai vedere la lama e cominci quel lavoro certosino che tanto ami.
Devo essere impazzita perché sto bene anche se i tagli mi terrorizzano e lame corrispondono a tagli.
Ma sto bene anche quando la lama accarezza il collo.
Hai finito.
“Hai avuto paura?”
“No” sono calma
Mi guardi perplesso: temi ti stia mentendo? Perché fino all’altro giorno quel coltello mi faceva tremare mentre ora….
Volti la lama e appoggi la punta tra due costole facendo pressione poi mi guardi negli occhi.
“Hai paura?” sorridi un po’ cattivo
“No” nel mio sguardo solo calma e abbandono.
Aumenti un filo la pressione, poi allontani il coltello. Devo esser stata convincente.
“Voltati sulla schiena”
Eseguo e perdo qualsiasi visuale se non quella del disegno del tappeto.
Sento qualcosa che si appoggia alla natica destra penso sia il coltello…ma perché lo appoggi così?
Un sibilo ed uno schiocco secco mi dicono che mi sono sbagliata e di grosso: il dolore è talmente repentino che acchiappo per la coda un urlo che mi stava per uscire di bocca.
Respiro forte
“Posso avere un cuscino?” sa che te lo chiedo perché ho paura di urlare e tutte le finestre sono aperte
Mi porgi un cuscino rosso e poi continui con calma appoggiando e accarezzando poi colpendo con forza.
Gemo, mordo la stoffa, strillo forte. Non mi piace strillare, mi sento sgraziata ma non posso farne a meno. Fa male perché è un dolore a cui sono ancora poco abituata.
Sarà per quello che è bellissimo e spero tu non smetta.
Spero tu non smetta.
Spero tu non smetta mai.
di tutto il racconto... il momento iù bello è la fine: spero che tu non smetta mai... beh poi certo, l'attesa del dolore-piacere, la paura e la voglia... di fragola?
RispondiEliminaahahahah :) No, solo una: di cioccolato sulla gamba ;)
RispondiEliminaFiducia e sfiducia...quando mi prende il panico penso a quello che mi hai raccontato sulle tue fobìe e allora tutto rientra nella norma.
RispondiEliminaGrazie millissime!!!
:*
Ci ho pensato qualche volta, anzi, molte volte... Complimenti, ben scritto, molto intrigante e coinvolgente.
RispondiEliminaGrazie mille Athena e Princesse
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