Come una statua rimase ferma, nuda, le mani dietro la schiena, libere ma immobili.Iginocchiata, teneva il viso lievemente inclinato verso l'altro e le labbra dischiuse.
Un goccia lattea le colava da un angolo della bocca, mentre una benda di raso nero, che le copriva gli occhi, riluceva nei raggi del tramonto che penetravano dalle persiane accostate.
Lui la guardava in controluce, mentre la tranquillità post orgasmica leniva la rabbia che lo aveva tormentato tutto il giorno.
L'aveva trattata duramente e aveva avuto con lei un rapporto orale a dir poco rude. Stranamente lei si era lasciata guidare, così, semplicemente. Non era donna facile da capire e sottomettere, ma stavolta era stata diversa.
Se ne domandò il motivo, giusto per un attimo, ma poi archiviò la domanda e pensò solo alla rabbia e ancora alla rabbia.
Era terribilmente frustrato fino dal mattino quando, al lavoro, un progetto a cui aveva lavorato per mesi ed a cui aveva sacrificato tempo, energie e vita era stato rifiutato per favorirne uno "più in linea con i piani societari". Un modo gentile per dire che il figlio del capo, che aveva presentato un progetto concorrente, veniva prima di lui.
Un atto di nepotismo, uno dei tanti che spesso accadevano nella sua azienda: aveva fatto male a pensare di esserne esente.
Odiava pensare di aver sacrificato parte della sua vita per persone di quella risma, odiava pensare di essersi fidato e di aver commesso un così grave errore di valutazione.
Era arrabbiato con loro e ancor più con se stesso.
L'aveva chiamata uscendo dall'ufficio, le aveva impartito poche e chiare istruzioni.
Sapeva di volerla anche se non ne comprendeva appieno il motivo.
Entrato in casa l'aveva trovata così com'era ora, in ginocchio nuda ed esposta e la rabbia era diventata un desiderio selvaggio. Come un animale che volesse marchiare il territorio, aveva aperto la patta dei pantaloni e glielo aveva spinto in gola con violenza, ignorando i gemiti di dolore di lei.
Aveva ignorato la sua paura e nel vederla così, impotente e indifesa mentre le scopava violentemente la bocca, lo aveva fatto sentire potente.
Era durato tutto poco: l'orgasmo era sopraggiunto rapidamente ed era stato intenso anche se non soddisfacente. Ora, di nuovo, l'ira lo riempiva quasi a soffocarlo e voleva solo andarsene e mollarla lì.
Si rivestì rapidamente poi le ordinò: "Alzati e rivestiti quando senti chiudere la porta. Ci rivedremo un altro giono", dopodichè usci chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle.
Rimase ferma ancora qualche secondo, troppo confusa e dolorante per muoversi.
Se n'era andato e lei non riusciva a crederci.
Al telefono aveva subodorato che ci fosse qualcosa di strano. Era un uomo capace di farsi rispettare, ma non era una persona rabbiosa. Tuttavia le parole dure ed il tono alterato le avevano cuminicato che qualcosa era andato terribilmente storto e che non era il caso di esasperare la situazione. Aveva intuito che lui aveva bisogno di lei e lei voleva stare con lui offrendogli conforto.
Inoltre, aveva davvero voglia di vederlo, quindi non si era fatta troppe domande e aveva ricacciato indietro il suo solito orgoglio. Si era preparata al meglio per essere bella per lui e lo aveva atteso.
Poi...
..poi era entrato come una furia, l'aveva presa con forza senza preavviso. Era già capitato che le desse ordini prima degli incontri o che non parlasse prima di cominciare, ma era sato sempre attento.
Questa volta no.
L'aveva presa per i capelli e piegato con forza la testa all'indietro, poi le aveva infilato il cazzo in gola senza tante storie e lei, per un attimo, aveva pensato di soffocare. Era stato doloroso. Aveva avuto paura e aveva temuto si tramutasse in panico. Era così stordita da un comportamento del genere che non era riuscita a dire o fare nulla che non fosse assecondare lui per un tempo che, per fortuna, relativamente breve.
Era venuto in fretta, rantolando, rimpiendole bocca e gola, poi l'aveva lasciata.
Aveva pensato fosse l'inizio di un gioco diverso o che lui fosse di cattivo umore: si era aspettata che lui continuasse, che le parlasse...santo cielo, aveva creduto che lui avrebbe fatto qualcosa qualsiasi cosa mentre lei rimaneva lì, immobile e stralunata.
Invece nulla. Si era rivestito e le aveva dato il benservito.
Ora, da sola, non si sentiva altro che l'ultima delle puttane.
Si alzò traballante con le lacrime che già le bruciavano gli occhi. Tolse la benda e la lanciò lontano perchè le faceva schifo. Lei si faceva schifo.
Si mise addosso la vestina estiva senza curarsi della biancheria intima e andò in bagno senza riuscire a piangere davvero se non qualche lacrima solitaria. Si lavò i denti per levarsi quel sapore orribile dalla bocca ma, una volta terminato, scoprì che era ancora lì: un orrore di sperma e lacrime. Decise di farsi un caffè forte per riprendersi, che alla peggio, le averebbe almeno ripulito la bocca.
Uscito dall'appartamento decise di preendere le scale perchè non aveva voglia di attendere l'ascensore. Scese i gradini lentamente mentre, più rilassato, sentiva la stanchezza salire dalle gambe come una marea nera che inghiottiva tutto. Inghiottì persino la rabbia che lo aveva attanagliato fino a quel momento.
Gradino dopo gradino avvertiva gli arti farsi un po' più pesanti mentre la tensione e l'adrenalina defluivano piano e ricominciava a pensare lucidamente. L'ira aveva ceduto il posto alla sofferenza per il torto subito e per le energie spese così inutilmente.
Come sempre si mise ad analizzare quanto accaduto quel giorno.
Ripensò a tutto velocemente tentando di chiarirsi le idee per trovare nuovamente un motivo per rimettere piede in quel maledetto ufficio l'indomani.
Quando arrivò a posare la mano sul pomolo del portone di entrata nel palazzo, si rivide dall'altra parte di quella stessa grande porta, proprio alcuni momenti prima, poco prima di entrare.
Rimase immobile per un secondo, poi, la portata di quello che aveva appena fatto lo colpì come un treno in corsa, lasciandolo impietrito.
Violenza: non esisteva altro modo per definire quanto aveva commesso.
Era la violenza della rivalsa.
Quando era uscito dal lavoro voleva solo rifarsi di quanto gli era stato fatto, voleva riaffermare la propria posizione e la proprià autorità. Quale ruolo meglio di quello di un master poteva regalargli tutto questo?
Era come una caramella a portata di mano, un cioccolatino da scartare quando la voglia di dolce ti prende e non ti molla.
Com'era stato facile chiamarla e farla obbedire. Troppo facile, troppo...
Lei aveva capito: forse non coscentemente, ma doveva avere intuito la sua necessità. Sebbene solo amici, da parecchio si frequentavano, come padrone e schiava, e avevano condiviso tanti momenti intensi. Abbastanza per capirsi senzadover usare sempre parole.
Lei aveva capito e si era offerta per lui. Lui invece non aveva capito niente e l'aveva usata e maltrattata.
Si voltò di scatto e si diresse di corsa verso l'ascensore mettendosi a premere il pulsante di chiamata con foga, più volte. Guardò in altò e sperò. Sperò che lei avrebbe aperto.
Al tavolo della cucina, con una tazza di caffè nero fumante in mano, singhiozzava: non riusciva a darsi pace per come era stata usata...anzi no, il termine corretto era abusata.
Del resto, lei gli aveva lasciato campo libero: non aveva fatto o detto nulla. Lo aveva lasciato fare. Voleva stargli vicino e, quando aveva capito che quello non era il modo giusto per lui, nè ancor meno per lei, era ormai tardi.
Ma chi aveva creduto di essere: una santa? Una salvatrice? Stupida, stupida, stupida!
Si stava ormai domandando "Perchè non l'hai fermato? Perchè non hai usato la safeword?" da alcuni minuti, quando sentì suonare il campanello.
Lo ignorò e continuò a crogiolarsi nelle lacrime e nel dolore.
Il campanello suonò ancora. Una, due, tre volte.
Suonò una quarta.
Arrabbiata, si alzò dalla sedia posando la tazza mentre, con l'altra mano, si asciugava le lacrime avviandosi verso l'entrata. Girando la chiave nella toppa si preparò mentalmente a mandare a quel paese il venditore che aveva scelto il momento peggiore per importunarla.
Quando aprì la porta però, si trovò davanti due occhi azzurri conosciuti e, per un attimo, vide solo quelli: due occhi spalancati e stralunati.
"Posso entrare?" le chiese con un filo di voce.
"No. Non abbiamo niente da dirci." rispose lei con voce piatta e dura. Al rivederlo la rabbia per la violenza subita aveva preso il posto di qualsiasi altro sentimento e non aveva voglia di stare lì a discutere con quello stronzo.
"Ti prego...io... s.so che sei arrabbiata..." ribattè lui con occhi bassi balbettando.
Alzò quindi lo sguardo e continuò rapidamente sempre con tono basso "No, non è vero. Non so minimamente quanto tu sia arrabbiata o cosa provi adesso. So che è colpa mia però!"
La guardò dritta negli occhi e lei potè leggervi il senso di colpa.
"Mi dispiace...non è abbastanza, lo so...io...."
Sspirò, la guardò di nuovo, poi affondò le mani nelle tasche del soprabito e abbassò il capo.
"Sono stato orribile...orribile..."
"Hai detto quello che dovevi dire, ora va via!" gli intimò lei ancora furente e stordita per quanto appena accaduto.
Lui l'aveva ferità così tanto...e per cosa? Non sapeva nemmeno quello.
L'uomo la guardò per un secondo, poi annuì e con passo lento si voltò e si avviò per le scale.
Lei si chiuse la porta alle spalle e vi si appoggiò.
Era ancora in preda allo sconforto, alla rabbia, alla confusione.
Era accaduto tutto in fretta e, sia il comportamento di lui sia il proprio, l'avevano malamente stupita.
Perchè le aveva fatto del male? E lei, perchè si era lasciata fare del male?
Era sempre stato gentile, attento. Era una persona autoritaria certo, uno di quegli uomini che esercitano il potere naturalmente ma con grazia e intelligenza. Nel periodo durante il quale si erano frequentati non le aveva mai mancato di rispetto, nemmeno quando avevano litigato.
Poi quel pomeriggio così assurdo....cos'era successo? Cos'era successo a tutti e due?
Lui l'aveva sempre ascoltata, si erano intesi, le aveva ricordato di non sottovalutarsi mai.
L'aveva stimata.
Erano stati amici, complici...amanti.
Ed ora.....
Avvertì uno spiacevole peso al petto: si erano persi.
Troppo disponibile e impulsiva lei, troppo violento lui...
Era finita.
Era davvero finita?
Mentre si voltava per aprire la porta una voce nella testa le disse che stava facendo una sciocchezza. Un secondo di esitazione poi la zittì e uscì sul pianerottolo sperando di poterlo raggiungere...magari il tram non era ancora passato....
Fece due passi e si fermò di colpo.
Lui era lì, seduto semi rannicchiato su un gradino alla fine della prima rampa di scale.
La testa, ripiegata sugli avambracci, si mosse quando sentì la porta aprirsi e si voltò verso di lei.
Lo stesso sguardo, la stessa colpa dipinta sul volto.
Si fissarono in silenzio, per un attimo che sembrò dilatarsi all'infinito.
Non c'erano parole, non era ancora tempo per le spiegazioni, tuttavia, per qualcosa tempo era rimasto.
"Ti va un caffè?" Chiese lei, ancora diffidente, indicando l'appartamento con un cenno del capo.
Lui non disse una parola ma annuì e, con sguardo mesto, si alzò per raggiungerla.
Mhmm, racconto difficile.
RispondiEliminaPer me emotivamente intensissimo, l'ho letto d'un fiato col cuore in gola.
La Violenza non è mai per caso.
E non è mai giustificabile.
Le cause esterne della violenza esistono, è vero, perchè deformano l'anima delle persone fino a pervertirla ( sul serio ). Ma la violenza è una strada senza uscita da cui è difficilissimo far ritorno. Come ci si può fidare di un violento? Per quanto pentito? E' difficile riprendere il controllo e ricostruire la fiducia dopo atti di questa gravità. Perchè, purtroppo, esistono degli errori irreversibili. Ma qui c'è anche l'errore di chi non ha voluto difendersi dalla violenza pur potendo usare una safeword in teoria. Perchè la safeword va bene nel bdsm e qui di bdsm non ce n'è. C'è una somma di comportamenti violenti ed impulsivi. Nel bdsm, dove i comportamenti di per se violenti perdono l'accezione di violenza grazie alla reciproca consensualità, il rischio che una od entrambe le parti in gioco dal gioco escano è da vagliare accuratamente e costantemente. Non ci si può permettere di sbagliare. E, quando si sbaglia, può bastare una tazza di caffè come cima di salvataggio?
Grazie!
Io non penso ci siano "buoni" e "cattivi" perechè è una teoria che genera mostri. Nessuno vuole credersi "cattivo" così si pensa di essere tutti buoni col risultato di generare psicosi dove si pensa di essere sempre nel giusto per non vedersi come "cattivi". Da qui meccanismi perversi di violenza giustificata.
RispondiEliminaAl contrario penso siamo tutti persone e che tutti commettiamo errori di differente gravita: lamneo uno grosso, ma proprio grosso, nella vita lo abbiamo fatto. Così io, così gli altri. Non penso nemmeno in termini di errori irreversibili perchè le persone non sono statiche ma dinamiche (la stasti si crea solo tra "buoni" e "cattivi" con le conseguene sopra esposte).
E' possibile comettere errori gravi e capirlo. Ovvio che poi una tazza di caffè non basta, ma non servirebbero nemmeno mille parole. Serve tempo, pazienza, capacità d'introspezione e volgia di rivedere quel che si è fatto. però da una tazza di caffè e un attimo di pace si può cominciare se entrambi si è d'accordo e se entrambi si è recuperatà la capacità di pensare al proprio bene. Naturalmente sempre IMHO :-D
Io invece devo imparare a rileggere prima di postare ;)
RispondiEliminaUn'altra considerazione: nel BDSM si sbaglia...si sbaglia eccome!
RispondiEliminaCredo sia importante invece permetterselo e metterlo in conto per poter affrontare serenamente i propri limiti (sia da dom che da sub) e crescere(nei limiti del tollerabile: i racconti non devono essere SSC e questo non lo è. Ho scelto un atto "forte" perchè fosse facilmente riconoscibile.)
I Dom e i sub che non sbagliano mai mi ispirano poca fiducia.
L'errore più grave è non riconoscerlo e perseverare: lì si rischia davvero la violenza.
Cmq vero, qui di BDSM c'è n'è pochissimo: il racconto è concentrato su un comportamento umano.
:) Ma come mi piace questo bellissimo scambio di opinioni differenti ma convergenti, tutto sommato.
RispondiEliminaIl fatto che io sia così 'allergico' alla violenza e così desideroso di bdsm credo sia paradigmatico della mia natura. Per il resto propongo un compromesso: facciamo che i buoni non esistono, ma lasciamo almeno i cattivi, così il mondo ha un senso... :)
ehehehehe
RispondiEliminanemmeno io sono per la violenza, anzi, l'esatto contrario.:)))
Sarà che mi figuro i miei personaggi come persone in grado di gestire la situazione e che, semplicemente, hanno fatto uno "scivolone" dal punto di vista comportamentale ed emotivo ;) Per loro da ricostruire ci sarà parecchio credo :)
Però no, ai cattivi proprio no riesco a credere :-D
Credo alle persone gravemente malate dal punto di vista psichico. Malate al punto di giustificare e di vedere come "corretto" comportamenti gravemente lesivi per coloro che li circondano. Non li assolvo certo per quello che fanno però. Così come non assolvo me quando sono commetto errori che si ripecuotono su chi mi circonda.
In realtà sono dell'opinione che moltissimi abbiano problemi di tipo psicologico più o meno gravi (io in primis, ma non è questa piazza per parlare dei miei fantasmi) che però non sono diagnosticate e quindi si "calcificano" o, peggio, degenerano.