Le urla però rimangono tali: sono iperboli poichè devono arrivare in alto ed a fondo per essere utili. Si devono sentire insomma perchè qualcuno, nel mio caso una prate di me, si risvegli dal torpore e si riprenda il proprio spazio.
Avevo perso la coscenza di me e l'urlo l'ha risvegliata. Tuttavia, come mi è proprio, ho morso come fossi cane idrofobo, cacciando la preda più ovvia.
Lo scritto che verrà pubblicato di seguito, una mail, non è un semplice ritrattare, perchè sennò il tutto risulterebbe un orrendo controsenso!
E' una sorta di completamento di quanto scritto poc'anzi: sono due parti di me, gemelle antitetiche, binari che viaggiano paralleli. Come la Matrigna Cattiva e Biancaneve sono le due facce della medaglia che rappresntano metaforicamente di quella che sono: un essere in divenire.
In conclusione non ci può esser l'una senza l'altra, e quando si fonderanno avranno il loro compimento.
Al momento, già tenerle nel recinto è uno sforzo notevole!
"Oggi ti ho manato una mail con un link. In verità non so bene se sperare che tu lo abbia letto o meno.
Ti scrivo questa mail però, dando per scontato che tu lo abbia letto tutto: è una sorta di tentativo di tradurti e renderti più comprensibile quanto da me scritto.
Questa mattina quando mi sono svegliata stavo veramente male perché, come probabilmente sarà stato chiaro pure a te, anche ieri sera non stavo affatto bene.
Stavo male, male davvero: ero in uno “stato di bisogno” ovvero avevo una terribile e pressante necessità di sostegno ed ero al contempo convinta che non lo avrei mai ottenuto.
Mi rendo ben conto che non è un atteggiamento positivo e costruttivo, tuttavia, pensandoci, ci ricasco spesso in questo modus vivendi, e non è d’aiuto nè a me nè a te.
Scrivere quello che ho scritto però mi ha aiutata.
Lo scritto “Stream of consciousness” non voleva essere un manifesto alla sfiducia nei tuoi confronti bensì uno sfogo per tutto il male che sentivo dentro e che mi stava lacerando. E’ stato come dare fiato a tutti gli ottoni di un’orchestra perché suonassero al massimo volume possibile un’unica nota. Il risultato è stato, rileggendolo, una cacofonia micidiale però, pur in tutto quel gran chiasso io ho potuto prendere strumento per strumento e rimetterlo nel posto migliore o quantomeno dare ad ognuno delle indicazioni perché il risultato fosse ascoltabile e comprensibile.
Al momento non mi interessa sia bello, ma che si possa capire.
Spesso mi sento disperata e sfiduciata in un modo così profondo da non dar credito a quello che dici ed a quello che fai.
Il mio passato ritorna e con schemi vecchi, tento di rileggere la situazione attuale facendo una confusione non da poco.
La cosa che più mi dispiace, è che in mezzo a tutto quel casino, vedo invece, con chiarezza, tutte le cose che tu fai per me, nel tentativo di farmi stare meglio. Io però le distorco o, più spesso, mi dimentico di dirti grazie.
Perché quello che tu fai per me non è scontato, né tantomeno passa inosservato, solo non sono in grado di apprezzarlo perché lo leggo nel modo sbagliato o semplicemente, persa nel mio dolore e nella mia autocommiserazione non do ad esso il giusto peso.
Ieri sera ho visto la fatica che hai fatto a rimanere calmo e solo ora mi rendo conto di come tu abbia effettivamente tentato di prendere me, che non ero più controllabile di un treno in corsa, è rimettermi su due binari che non mi facessero andare a schiantare. Hai ridotto quel guazzabuglio di emozioni ad atti semplici, come fare la doccia, che mi hanno dato tempo di riprendermi.
Ho visto che sei entrato in bagno e con mio sollievo hai pensato tu ad asciugare la doccia (cosa che io so che è da fare ma che davvero mi sta sulle palle) e fuori, hai ripreso il discorso del Risitaly con calma, sopportando la mia frustrazione e la mia sfiducia.
Ho apprezzato quando non mi hai lasciato andare a letto col mio libro ma mi hai voluta con te.
E’ vero, non ci ho creduto del tutto.
Il punto è che la mia sfiducia in chi mi ama (proprio perché è la persona che mi ama e che io riamo) è enorme e fa, sfortunatamente il paio, con il tuo passato (passato!) modo di fare, legato al soddisfare parzialmente dei miei bisogni per ottenere che io non ti rompessi le palle.
Mia madre non voleva che io le rompessi le palle e si comportava di conseguenza, tu, in passato (e sottolineo in passato) desideravi che io non rompessi le palle. In poche parole qualcuno mi ha insegnato ad essere un peso ed ho cercato qualcuno che me lo confermasse.
Niente di più psicoticamente perfetto.
Ora, razionalmente io so che tu non fai quello che fai, per arrivare nel modo meno doloroso possibile alla fine della giornata, ma fai quello che fai per costruire un futuro più sereno per te e per me.
Umanamente però è molto difficile comprendere tutto questo perché per anni abbiamo trattato il nostro rapporto con trascuratezza.
La mia sfiducia e la mia disperazione, così come il mio senso di essere un peso sono così tanto radicati che nemmeno li vedo la maggior parte delle volte. La poca fiducia che ho è poco più di un castello di carte che cade al primo alito di vento. Fa schifo sta cosa, lo so, fa schifo anche a me che la vedo. Sfortunatamente è reale quanto la scrivania su cui ora mi appoggio (e che hai pensato tu a procurami dopo che io ho avuto la bella idea di trasformare la precedente in tanti coriandolini di vetro).
Il solo pensare che io possa ricevere e basta mi risulta fortemente estraneo nondimeno, la necessità che qualcuno pensi a me e si preoccupi per me è acuta.
Con tutto questo voglio dirti che so che ti allontano, ti allontanano la mia sfiducia, e soprattutto la mia mancanza di apprezzamento per quello che fai.
Mi dispiace veramente di non essere ancora in grado di apprezzarti come meriteresti con più frequenza e stabilità, perché sei un uomo di merito, intelligente e sensibile. Mi dispiace di non essere in grado di darti la fiducia che ti guadagni giorno per giorno con le piccole e grandi cose che fai.
Mi dispiace perché incollo la figura sbiadita di un uomo che fa quattro cose nella speranza di sedersi e spegnersi al tuo viso che è, invece, quello di un marito attento più di quel che veda, ai mie bisogni ed alle mie necessità. Mi dipsiace che per me sia ancora più facile appiccicarti addosso la figura di mio padre e pure un po’ quella del tuo. Faccio un gran casotto lo so, e me ne pento davvero, perché è come sprecare la persona straordinaria che ho accanto.
Posso solo dirti che ci sto provando ad avere un atteggiamento più positivo e meno distruttivo.
La cosa che ora desidero più di ogni altra è poter condividere con te i miei pensieri, raccontarti quella che sono, comunicarti a parole in un modo a te comprensibile i mie sentimenti. Vorrei tanto aprirmi a te il più possibile perché nessuno (o davvero pochi) hanno realmente desiderato vedermi ed avermi e mi rendo conto di quanto io sia fortunata ad avere te che tanto stai facendo proprio per potermi avere tutta dentro e fuori. Posso vedere il tuo desiderio di condividere quello che io sono.
Ho però un problema, io non sono tanto capace.
Sono come una che deve imparare a camminare in un certo senso. Non so capire quando qualcuno mi desidera, non so davvero come si faccia, ho la necessità che mi venga spiegato a chiare lettere perché sono un po’ indietro rispetto agli altri.
Ti vengo quindi a chiedere se puoi essere molto chiaro nello spiegarmi questa cosa perché io la possa capire e comprendere in modo adeguato senza sottovalutarla o deprezzarla.
A dire il vero vorrei chiederti anche un’altra cosa e spero di non pesarti troppo con questa richiesta ma per me è veramente necessario.
Io non sono capace di parlare delle mie emozioni e dei miei sentimenti con chiarezza. Me ne vergogno terribilmente, penso di essere stupida. E’ per me una convinzione così radicata che non mi accorgo nemmeno di pensarlo: semplicemente agisco di conseguenza e mi chiudo.
Ti chiedo quindi con capo chino se potresti essere così gentile da farmi delle domande perché io possa risponderti con sincerità perché non ho altro modo per dirti quello che provo, quello che penso, quello che sento, quello che desidero. Ho davvero bisogno di domande e anche se so che non ho fatto molto per meritarmi questo sforzo grande da parte tua, te lo chiedo con umiltà perché per me sarebbe un regalo veramente enorme il fatto che tu ascolti e sappia il mondo che mi vive dentro. Penso che, ora come ora, questo mi renderebbe davvero felice.
Concludo questa mail biblica nella sua lunghezza con un grazie.
Grazie per le mille attenzioni grandi e piccole che mi dai, che vedo e che colpevolmente non apprezzo.
Grazie perché mi stai accanto anche quando mordo come un cane rabbioso.
Grazie perché tornare a casa e vedere la tavola preparata sul balcone con la candela accesa mi scalda il cuore e mi fa venire le lacrime agli occhi.
Grazie perché riordini ogni volta le stanze che io metto a soqquadro con la mia rabbia.
Grazie perché ti ricordi sempre dei miei biscotti per la colazione.
Grazie perché mi porti a fare compere.
Grazie perché mi riempi di complimenti per quello che scrivo.
Grazie perché mi gratti la schiena quando mi prude in continuazione e quando lo fai al posto del prurito sento un senso di calore e dopo un po’ mi addormento.
Grazie perché mi accarezzi la testa e io mi sento voluta, almeno un po’.
Grazie perché ogni tanto ti arrabbi con me perché ti mando via e tu vuoi stare con me.
Grazie perché mi fai benzina alla macchina.
Grazie perché stamattina mi hai preparato l’asse da stiro.
Grazie perché mi pensi. Grazie perché mi vuoi.
Grazie per tutte le volte che avrei dovuto dirti grazie e non te l’ho detto.
Grazie
Fraise
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