Clelia cammina tra a piccola folla che anima la passeggiata serale sul Naviglio.
Fa caldo ed indossa solo un vestito leggero che le accarezza delicatamente il corpo completamente nudo.
Completamente nudo, ad eccezione di una fine catenella saldamente assicurata alle sue grandi labbra da due pinzette che le stuzzica piacevolmente l’interno delle cosce. Il dolore iniziale è ormai un pulsare attutito e Clelia si lascia cullare dal ritmico e lieve tintinnio delle maglie.
Ogni tanto, poi, getta uno sguardo all’uomo che le cammina accanto. Lo sta ascoltando: parla tranquillo scandendo le parole al ritmo del loro incedere; ora un commento su qualche passante, ora un’osservazione circa qualche articolo esposto in una vetrina o su una bancarella.
Sembrano una coppia di buoni amici, forse amanti, se qualcuno avesse notato la scintilla che si accende nei loro occhi mentre, di quando in quando, gli sguardi s’incrociano oppure le loro mani si sfiorano leggere.
Leggere.
Quello strano collega di lavoro approdato in azienda qualche mese prima: ben vestito, schivo, metodico. Non brutto, non bello, non aveva suscitato né in Clelia, né nelle colleghe particolare interesse. Col senno di poi , la donna avrebbe riconosciuto che quella era esattamente l’impressione che lui voleva dare, per poter osservare, inosservato, e scegliere.
Al momento, tuttavia, gli prestò ben poca attenzione sebbene egli lavorasse alla scrivania attigua: si scambiavano giusto qualche parola in merito a qualche pratica o a qualche cliente.
Un venerdì mattina Clielia si stava dedicando ad un lavoro piuttosto complesso, così quando sentì quell’ “Andiamo a prendere un caffè”,cadde letteralmente dalle nuvole.
“Eh?!?” – rispose con una punta di sconcerto.
“Andiamo a prendere un caffè” ripeté lo strano collega, con calma. La donna sbatté le palpebre un paio di volte mentre già il desiderio di una piccola pausa si faceva strada il lei. Lo guardò ancora un secondo, quindi si alzò e lasciò che la precedesse lungo il corridoio.
Fu durante quel breve percorso che realizzò come lui non le avesse posto una domanda né, tantomeno, l’avesse semplicemente invitata. Quell’unica frase sembrava più…più… un ordine?
Si. Velato, discreto ma tono e postura non potevano essere confusi: era stato un ordine e lei stava obbedendo.
Clelia pensò tra sè che stava esagerando e facendo troppo caso ad un’inezia ma, nonostante tutto, cominciò ad avvertire un vago disagio mentre raggiungevano il distributore di bevande e lui inseriva le monete.
Le offrì il caffè e cominciò a parlare di argomenti piuttosto banali ma, mentre lei interloquiva, non potè fare a meno di notare come lo sguardo dell’uomo non rispecchiasse il tono di voce neutro. Gli occhi erano infatti attenti, sornioni, sicuri. La scrutava pazientemente quasi fosse in attesa mentre il disagio di lei cresceva. Un disagio strano però perché misto a curiosità e, perché no, lusinga.
Rimasero a parlare alcuni minuti poi lui interruppe cortesemente la conversazione e la precedette nuovamente verso l’ufficio. Fu solo una volta seduta che Clelia si rese conto di avere il cuore che batteva veloce.
Rimase scombussolata tutto il resto della giornata e ripensò e rivisse la scena più e più volte analizzandone ogni piccolo particolare. Non poté fare a meno di gustarsi lentamente il sottile piacere che quello sguardo le aveva donato ma il disagio instillatole da quell’uomo, le era tutta via entrato dentro e si agitava nel profondo come una bestia in gabbia.
A fine giornata salutò il collega senza prestargli, ad ogni modo, particolare attenzione e tornò a casa. La sera uscì con le amiche, il giorno dopo pulizie, spesa, telefonate ai genitori. Insomma, la solita vita da single ormai non più ventenne da un pezzo prese il sopravvento, cosicché parole e sensazioni di quell’insolito venerdì mattina cominciarono a sbiadire.
Lunedì nuovamente a lavoro un po’ più riposata e tranquilla ma, alle dieci e trenta precise, quando quella voce le disse nuovamente “Andiamo a prendere un caffè”, ritornò tutto di colpo, come se la realtà dei fatti del venerdì precedente si fosse concretizzata ed avesse assunto un peso fisico. Clelia fu presa dall’ansia ed il suo cuore accelerò, mentre alzava la testa in tempo per vedere l’uomo scostarsi in modo da farle spazio perché lo precedesse. Lei non disse nulla: senza pensare, guardò per un attimo gli occhi di lui, ironici e penetranti, e si alzò. Arrivati al distributore stessa scena, stessi discorsi neutri, stesso sguardo indagatore. Lei sentì il viso imporporarsi ma s’impose di non guardare altrove o, peggio, la punta delle scarpe.
Come riusciva a farla sentire così vulnerabile?
Perché lei semplicemente ubbidiva?
Perché è questo che le i faceva: lui ordinava e lei, senza capire, ubbidiva come in risposta ad un richiamo profondo. Avvertiva disagio, imbarazzo, piacere, avvertiva il sapore delle promesse oscure di quegli occhi che non la abbandonavano un secondo.
Clelia aveva paura, tuttavia non desiderava andarsene: contro ogni logica, infatti, era proprio quella strana paura a tenerla inchiodata lì. Lì con lui.
A fine giornata nuovamente indifferenza, nuovamente saluti apparentemente di cortesia.
Così accade il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo ancora fino che non divenne un’abitudine quotidiana e la donna si rese conto di attendere con impazienza le dieci e trenta per quei minuti così temuti ma così assurdamente ed intensamente desiderati.
Un giorno, al distributore,dopo averle porto il consueto caffè, l’uomo d’un tratto le disse con apparente noncuranza “ Hai un bel seno”.
La voce era calma, sicura e distaccata.
“Cosa?!????”
Letteralmente a bocca aperta, Clelia non seppe come reagire: per un momento le mancò il fiato, poi avvampò per l’imbarazzo per quel commento così intimo detto a bruciapelo. Infine, si senti decisamente arrabbiata.
“Ma come ti permetti??” rispose stizzita.
“E’ la verità. Hai un bel seno” continuò lui, sempre con ironico distacco “Una terza ben modellata.”
“Perché?” rise poi con una punta di malignità, guardandola dritta negli occhi “ Non dovevo dirtelo?”
La donna rimase senza parole, riusciva a malapena a fissarlo ad occhi sgranati completamente immobile per lo shock.
Lui continuava, invece, a guardarla con calma; un sorrisetto ironico stampato in faccia e un’ombra di malignità mista a palese divertimento negli occhi.
Dopo un attimo buttò giù quel che restava del caffè e nell’andarsene le si avvicinò e, con voce più profonda ma non meno ironica, aggiunse “Domani non mettere il reggiseno e tieni la camicetta un po’ più slacciata che sembri una suora. Indossa quella bianca aderente: ti dona” e poi proseguì lungo il corridoio senza attenderla.
Clelia rimase come stordita, senza muoversi, vicino alla macchinetta del caffè, col bicchierino colmo della bevanda ormai più che intiepidita in mano.
Era sconvolta ed arrabbiata, profondamente arrabbiata: come poteva quella specie di sconosciuto rivolgersi a lei chiederle una cosa così volgare come se niente fosse??? Senza un minimo di riguardo. Senza ritegno né pudore! Come poteva?? Come…come…
La donna abbassò lo sguardo alle sue mani: tremavano appena.
Emise un sospiro.
Ma con chi era veramente arrabbiata?
Sentiva, infatti, una parte profondamente nascosta di lei, una parte oscura e primitiva che stava rispondendo a quella richiesta. Al di là di ogni possibile imbarazzo, avvertiva chiaramente il desiderio di rispondere, di fare ciò che le era stato comandato dall’uomo per la voglia di compiacere lui e di compiacere sè stessa.
Così, mentre una lacrima di rabbia impotente le affiorava all’angolo di un’occhio, si ammise che quelle parole al limite dell’indecenza l’avevano accesa dentro.
E si sentiva bella.
E si sentiva viva.
Nello stesso istante realizzò che anche il suo corpo brillava dello stesso desiderio: Clelia aveva le mutandine bagnate.
Quando tornò in ufficio era in stato di evidente agitazione: sbatteva ogni cosa, sbuffava per un nonnulla, rispondeva secca quando non si rintanava in un completo silenzio. Le colleghe si lanciavano sguardi interrogativi mentre dentro di lei un mare in burrasca: confusione, rabbia, stupore, paura ed eccitazione si alternavano in un ciclo che pareva non avere fine.
Una volta tornata a casa la situazione non migliorò: chiamò un’amica e inventò una scusa per disdire un appuntamento poi tentò di distrarsi leggendo o guardando la televisione ma concentrarsi le riusciva praticamente impossibile, la mente tornava sempre a quegli occhi ed a quelle parole.
L’appetito era scomparso e quindi decise di non mangiare e di andare a letto presto sperando in un sonno ristoratore però non fece altro che girarsi e rigirarsi nel letto in preda all’ansia, al desiderio ed ai dubbi che le riempivano la mente. Quando infine si addormentò per sfinimento era quasi mattino e quel paio di ore di sonno sortirono l’unico effetto di lasciarla intontita al risveglio.
Tuttavia aveva un’idea ben chiara in mente: non avrebbe obbedito, non poteva.
Questa volta lui, si era spinto troppo in là, troppo vicino a quel confine che lo separava dall’anima di lei. Dalla sua anima, dalle sue viscere.
No.
Era arrivato troppo a fondo con quella richiesta: come ci fosse riuscito Clelia non lo capiva, ma sapeva che se lei avesse accettato sarebbe andata a fondo insieme a lui e che lui l’avrebbe guidata sempre più giù, più giù fino ad una parte a lei sconosciuta ed aliena.
Se fosse pudore o semplice decenza a trattenerla non lo sapeva però non voleva scoprire cosa si nascondeva in quell’imo dove lui avrebbe potuto facilmente condurla. Temeva per se stessa, temeva se stessa, e quello che avrebbe potuto fare e che gli avrebbe lasciato fare.
No, non poteva ubbidire.
Indossò un informe maglione blu sopra un reggiseno di cotone ed andò al lavoro.
Clelia si sentiva più calma ma, al contempo, era tormentata da un senso di fine e d’incompletezza. Tutto sommato avrebbe potuto definirlo un senso di vuoto.
Entrata in ufficio, si sedette alla scrivania e cominciò a lavorare. La donna non se lo ammise subito, aspettò un po’, forse per orgoglio o forse per paura. Si accorse però, che fino da quando aveva messo piede in azienda la sua attesa era cominciata. Aspettava le sue parole, aspettava il loro momento, aspettava quei brevi ed intensi minuti che condividevano ogni giorno da settimane.
Si dette più volte della stupida ragazzina ma il senso di attesa permaneva accompagnato da un’ansia crescente. Passarono le nove, le nove e trenta, le dieci, le dieci e trenta, le undici…..
L’ansia cedette lentamente il posto prima ad una cocente delusione poi ad un senso di perdita ed infine, al nulla….
Lui le sedeva accanto e lei sapeva bene che la stava osservando, sapeva anche che, con tutta probabilità avrebbe notato il suo tormento. Era ormai certa tuttavia, che quanto c’era stato era finito.
In quel momento un tristezza profonda la colse e sentì le lacrime bagnarle gli occhi. Le ricacciò indietro e continuò a lavorare ed ad ignorarlo come lui stava facendo con lei.
Erano le quanttro del pomeriggio quando la sua voce la strappò da quel stato di vuoto e tristezza.
“Andiamo a prendere un caffè.”
Un solo momento di turbamento ed esitazione, poi Clelia si alzò e lo seguì. Camminarono in silenzio, arrivarono al distributore di bevande, lui inserì le monete e poi le porse il bicchiere.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
La donna non si rese conto che si stava fissando la punta delle scarpe fino a quando non alzò gli occhi, incontrando quelli di lui ironici e canzonatori. La stava guardando con un mezzo sorriso che lasciava trasparire scherno, soddisfazione ed una punta di sadismo. Rimase a fissarla così, in silenzio, per un lungo momento mentre lei si sentiva al contempo sempre più impotente e sempre più sollevata.
Si, Clelia provava un sollievo immenso e smise in quel momento di provare a capirsi, smise di cercare di comprendere: cominciò a sentire.
Tornarono alle rispettive scrivanie senza scambiarsi una sola parola: lei sapeva cosa avrebbe dovuto fare e questa volta lo avrebbe fatto.
La mattina successiva si svegliò presto, serena e riposata. Si attardò sotto la doccia, curò la piega dei capelli, si truccò un poco. Fece tutto con calma quasi fosse un rito. Tornò quindi in camera da letto, mise gli slip ed indossò la camicetta bianca aderente lasciando più di un bottone slacciato fino a che la scollatura non arrivò al solco tra i seni. Mise dei jeans attillati ed una goccia di profumo, poi si voltò a guardarsi allo specchio.
Si vide bella.
Si vide bella per i lineamenti distesi del viso, per le guance rosse e le labbra piene, per la figura longilinea che fino al giorno prima non aveva notato e per i capelli castani che morbidi le ricadevano sulle spalle.
Cappotto, sciarpa, borsa.
Clelia usci di casa assaporando l’aria fredda di Milano mentre sorrideva piano. Si stava gustando la piacevole sensazione dei capezzoli contro la stoffa morbida e dei seni liberi, che ondeggiavano al ritmo del suo passo. Continuò a sorridere anche in metropolitana vedendo i volti assonnati ed annoiati della gente che la circondava mente lei, invece, custodiva un segreto gioioso. Sorrideva ancora quando entrò in ufficio e con calma si tolse sciarpa e guanti. Quindi, lentamente, gustandosi ogni gesto si tolse anche il cappotto e fu come mostrarsi al mondo per la prima volta.
Bella.
Clelia era bella e forte.
Andò alla scrivania e cominciò ad attendete ma senza ansia questa volta: era l’attesa del giorno di festa, della mezzanotte di Natale, l’attesa di tutto ciò che è dolce e pieno.
Puntuale, alle dieci e trenta: “Andiamo a prendere un caffè.”
Al distributore erano l’uno davanti all’altra, in silenzio. Lei imbarazzata come una scolaretta al primo appuntamento si guardava intorno nervosa. Lui era appoggiato mollemente alla parete e sorseggiava il suo caffè con calma ed apparente distacco.
Quando Clelia trovò il coraggio di guardarlo, vide che stava fissando il suo seno: i suoi capezzoli erano infatti turgidi e svettavano evidenti da sotto la stoffa aderente della camicetta. Nel momento in cui se ne rese conto, lei sgranò gli occhi e sentì il viso avvampare per l’imbarazzo. Incrociò lo sguardo di lui e vi riconobbe oltre alla consueta ironia, l’evidente soddisfazione della vittoria: una completa, dolcemente sadica, vittoria.
Clelia distolse lo sguardo stizzita senza capire se ce l’avesse più con lui o con il suo tesso corpo che mostrava così tanto di lei in un modo così evidente.
Lo sentì ridere piano dopodiché le si avvicinò per sussurrarle all’orecchio “Inventa una scusa e rimani oltre l’orario di lavoro” poi se ne andò. Clelia rimase lì ancora un secondo godendosi la paura per il senso di ineluttabilità crescente che la aveva colta e la conseguente eccitazione.
L’attesa ricominciò.
Le ore scorrevano, ora troppo lente, ora troppo veloci, a seconda delle emozioni che la donna provava. Era ora eccitata poi spaventata, ora intrigata poi terrorizzata.
Alla fine della giornata si sentiva spossata ma, nondimeno, impaziente. Lentamente l’ufficio si svuotò e le colleghe la salutarono rammaricandosi per quel lavoro inatteso che la tratteneva alla scrivania. Lui, invece si era allontanato da qualche tempo e Clelia non sapeva dove fosse. Sforzandosi di tenere nascosto il mare di emozioni che le si agitava dentro la donna rispose ai saluti con un sorriso falsamente mesto, fino a che tutto fu silenzioso. Passarono quindi alcuni minuti, poi sentì dei passi nel corridoio. La porta si aprì. Lui si limitò a guardarla per un attimo ed a farle cenno di seguirlo.
Nessuna parola, nessun rumore se non quello dei loro passi e del cuore di lei che le rimbombava ritmico nelle orecchie. La condusse tra i corridoi dello stabile fino ad una porta che lei ben conosceva: l’archivio.
Era una stanza abbastanza grande, ben illuminata, con un tavolo di formica verde e le pareti piene di scaffalature colme di raccoglitori. Quando lui chiuse la porta a chiave, lo scatto della serratura la fece sobbalzare. Egli se ne accorse e fece un breve sorriso sarcastico, poi la fece appoggiare di schiena ad un montante. Una corda comparve da una piccola borsa scura nascosta in un angolo e, con pochi fluidi movimenti le legò i polsi dietro la schiena assicurandoli quindi alla struttura in ferro. Solo in quel’istante Clelia si rese conto con chiarezza cristallina di essere realmente impotente ed immobilizzata. La paura la prese e cominciò a dimenarsi “Cosa….cosa….?!?” balbettò
“SSSHHH!!” fece lui di rimando con calma, quasi parlasse a sé stesso, mentre ancora prendeva qualcosa dalla borsa. Nel frattempo Clelia continuava a dimenarsi spaventata. – Oddio, mi sono messa in mano ad un pazzo! Ma cosa diavolo ho combinato?? – pensò mentre la paura le mordeva lo stomaco, il cuore batteva veloce e sentiva il sudore scenderle lungo i fianchi.
Lui alzò gli occhi, li fissò in quelli di lei sgranati e spaventati, e continuò a fissarla con calma e determinazione finché questo non la calmò un poco, rallentando il suo respiro ed il cuore fuori controllo. Clelia tremava leggermente mentre ora la paura si mischiava ad un inaspettato senso di attesa.
Le sembrava di stare sulle montagne russe, nel preciso istante in cui il carrellino giunge in cima alla salita. Il preciso attimo in cui sai che la discesa a rotta di collo ti farà finire lo stomaco in gola e urlare, urlare, urlare…
Le si avvicinò e le slacciò la camicetta lentamente esponendo i bei seni. Imbarazzo, paura ed eccitazione si confondevano nell’animo di lei mentre lui le percorreva con un dito il profilo di entrambi. Quindi le mostrò un paio di pinzette con due piccoli oggetti metallici appesi ad esse. Nell’istante in cui Clelia realizzò che si trattava di piccoli pesi lui strinse le pinzette ai sui capezzoli turgidi in modo che, cadendo, dessero a questi ultimi anche una leggere torsione “Avrei voluto essere più delicato con te all’inizio” disse lui con calma “ma sei stata lenta ad obbedirmi.”
Il dolore che improvviso ed inaspettato la riempi e le andò dritto al cervello unito alle parole dure di lui, le fecero esplodere dentro una rabbia feroce e primitiva.
Era l’ultima difesa dell’animale braccato. Gemette, strinse gli occhi e di scatto alzò la testa.
“Fottuto bastardo!!”
Clelia non colse il gesto e lo schiaffo la centrò in pieno facendole voltare il viso. Digrignò i denti per l’impotenza e la frustrazione mentre lacrime di vergogna e dolore le scendevano calde lungo le guance.
“Vigliacco!” Gli sputò in faccia lei. Che la prendesse pure a ceffoni, non gliene importava più un accidenti “sei solo un vigliacco! Tu giochi con me e sai solo prendere!” s’interruppe un secondo per tossire e singhiozzare “tu prendi e basta! E io te l’ho lasciato fare, te l’ho lasciato fare!” urlò…poi pianse.
Lui non la schiaffeggiò più, né fece nulla per alleviare alcuna delle sofferenze inflittele. Si limitava a guardarla con occhi duri e calmi e la guardò così fino a che i singhiozzi si chetarono un poco.
“Io so solo prendere?” chiese lui con voce calma velata di ironia “sei proprio sicura? Io so solo prendere?” Le slacciò i pantaloni, li abbassò ed infilò due dita sotto gli slip. La accarezzò piano mentre lei, risucchiata come in un vuoto privo di emozioni, lo lasciava fare senza parlare nè ribellarsi. Egli sfilò quindi le dita dagli slip e gliele avvicinò al viso. Lei sentì l’inconfondibile profumo dei suoi umori. Lui appoggiò, allora, le dita alle labbra di lei che, esitanti, si schiusero ed accolsero quel succo dolce ed invitante “io ho solo preso? Clelia, ne sei sicura?”
“E’ vero, io ho preso e sto ancora prendendo. Ma…” pausa “…ho fatto solo questo?” ripetè lui per l’ennesima volta con voce paziente.
Clelia assaporò lentamente ciò che le veniva porto e lentamente realizzò che stava assaporando sè stessa.
Clelia si stava assaporando fino infondo.
Aveva cominciato fin da quel primo caffè e poi, piano, senza fretta, attimo dopo attimo aveva gustato tutte le sue emozioni, le sue sensazioni sa quelle più dolci, a quelle più forti, a quelle più dolorose. Si assaporava pienamente ed il suo sapore era come quello del caffè: dolce, aromatico e penetrante. Leccava lentamente quelle dita, con voluttà e desiderio crescente.
Voleva assaporare ancora, voleva essere assaporata.
Lui la spogliò con lentezza studiata sfiorandola con delicatezza, lasciandole indosso solo la camicia aperta. Le tolse quindi le pinze ed il dolore tornò a tormentare Clelia che, però questa volta lo accolse come un dono. Le liberò le mani dal montante lasciandole tuttavia legate poi la prese per i capelli e tirò facendole alzare la testa. Nuovo dolore, nuovo dono, fiato mozzato in gola.
La guardò “Sei pronta? O vuoi che mi fermi Clelia?”
“Sono pronta” rispose in un sussurro la donna.
Ed era vero: era pronta, aperta, recettiva.
Era pronta per lui così come lo era per sè stessa.
Lui la tirò per i capelli verso l’ampio tavolo dove la spinse con mala grazia. Lei lo sentiva dietro di sé ma era calma, perché lo percepiva come una presenza forte, dominate ma non pericolosa. Chiuse gli occhi poi sentì che qualche cosa le veniva spinto in bocca: erano i suoi slip con il suo sapore.
“Non urlerai cara vero?” disse lui con ironica crudeltà e poi le mostrò una sottile stecca di legno chiaro. All’apparenza sembrava innocua: morbida e flessibile. Scomparve dalla vista di Clelia poi un sibilo e uno schiocco. Dolore. Fu così improvviso che lei gemette forte. Sentì una risata soffocata alle sue spalle “ Non faceva paura a vedersi vero?” chiese lui con evidente scherno nella voce.
Sibilo e colpo.
Sibilo e colpo.
Sibilo e colpo.
Sibilo e colpo.
…
I primi le tolsero il fiato, poi cominciò ad avvertire ed accogliere il dolore che dalla zona colpita si propagava come un’onda. Più lo accoglieva, più questi viaggiava lungo la spina dorsale fino a diffondersi ovunque. Era come un orgasmo di dolore che le ricordava quanto fosse potentemente viva.
Clelia non seppe per quanto lui continuò a segnarle natiche e cosce, seppe solo che quando le tolse gli slip dalla bocca stava sorridendo.
Sorrideva anche dentro come una bambina felice e curiosa.
Lui le accarezzò le natiche rosse e lei godette di quel tocco possessivo e del calore che si propagava per tutto il basso ventre fino al clitoride che sentiva sfregare piacevolmente contro il bordo del tavolo.
Mugolò per la felicità e per il piacere
“Senti come si bagna questa cagna. Senti come mugola. Sei in calore, cagna?”
Clelia si imbarazzò per quel linguaggio volutamente volgare, ma questo non fece che eccitarla ulteriormente: si sentiva libera e vogliosa ora.
Sentì uno schiocco come di un elastico poi avvertì che un dito stava accarezzando e forzando il suo ano.
Istintivamente si contrasse.
“Rilassati cagna. Non vorrei doverti far male…più del necessario” disse lui con tono sadicamente divertito terminando con una breve risata.
Lei prese un bel respiro e cercò di rilassarsi così che lui potè scivolarle dentro con facilità ed accarezzarla con calma fino a quando non ritrasse la mano. La donna sentì allora qualcosa d’altro premere per entrare “Su, forza! E’ solo un plug nemmeno tanto grande. Non farai la schizzinosa vero, cagna?”
Un plug? Cosa cavolo era un plug?
Clelia si spaventò, ma solo un poco, mentre veniva aperta con pazienza.
“Così…brava…così” ripeteva lui a bassa voce, sempre come se parlasse con se stesso, mentre la donna si sentiva riempire sempre di più. Lo sentiva terribilmente grosso, tirava e faceva male. Strinse gli occhi per la paura ed il dolore e mugolò piano più volte con tutti i sensi all’erta concentrati su quell’unico punto.
Entrò. Entrò tutto. Un dolore sordo accompagnato da una sensazione di stiramento e tensione la colmarono. Lui, intanto, fissava il plug con un’altra corda passata prima intorno alla vita poi tra le gambe….
poi furono ancora sibili e schiocchi e Clelia venne sommersa da una miriade di sensazioni differenti. Una marea che la ricoprì e la portò via con sé alla quale lei non oppose più alcuna resistenza lasciandosi travolgere. Si sentiva piena nel corpo e piena nell’anima.
Riempita da se stessa, riempita da lui, non si accorse nemmeno di stare gemendo di piacere e dolore. Quando egli smise, la liberò anche da corde e plug, poi la prese per i capelli e tirando, le voltò il viso verso il suo. Occhi negli occhi, lei lesse furia, piacere e desiderio “Ti prego” gli sussurrò.
Questa volta fu lui ad entrare dentro di lei, fu il suo membro caldo a riempirla dopo che il dildo aveva aperto la strada. Egli si mosse dapprima lento e sinuoso poi, sempre più velocemente fino a diventare rude e violento. Lei percepiva la sua voglia, sentiva il respiro di lui che si mischiava al suo, mentre il suo clitoride, sfregando ritmicamente contro il tavolo le donava un piacere liquido e caldo.
Lui la penetrò sempre più forte e più veloce fino a che non raggiunse il culmine con un ansito roco portando anche lei all’orgasmo.
Ora era calma e pace: tutto fermo, tutto quieto. Piano, lui si ritrasse ed in silenzio sistemò tutti gli oggetti che aveva utilizzato. Lei teneva gli occhi chiusi e si sentiva svuotata: galleggiava in un mare caldo di tranquillità.
Fu lui a destarla mentre con cura la slegò e la aiuto a rivestirsi: lei tremava troppo per farlo da sola. Infine le porse una sedia e le disse di aspettarlo: le portò un bicchiere fumante, ma non era caffè. No, niente caffè, non sarebbe stato il caso, pensò lei e sorrise.
Bevve con calma la camomilla mentre lui le carezzava di tanto in tanto i capelli.
Da quel giorno in archivio aveva vissuto mille esperienze con quello strano e schivo collega. Quel collega che così bene sapeva celare chi davvero fosse. Si erano conosciuti attraverso il dolore, attraverso il piacere, attraverso le parole. Lei aveva viaggiato, guidata da lui, attraverso di sé in un reciproco scambio di emozioni e sensazioni: un dare-avere potente, violento e completo.
D’un tratto lui si ferma presso una bancarella ed acquista un anello. E’ uno di quei simboli che per lui avevano sempre significato il potere che esercitava su di lei, come quel collarino di metallo che le faceva indossare quando lui non era presente. Clelia mal tollerava quei simboli, forse per orgoglio personale o forse perché la facevano sentire ancora un animale in gabbia.
Lui lo sa bene, ma ama stuzzicarla, così, quando si china a deporle un bacio sull’anello mentre la guarda ironico, un lampo di rabbia e disapprovazione le velano lo sguardo. Egli se ne accorge e i suoi occhi si fanno duri per un attimo, poi tornano sornioni e sorridenti, mentre le sussurra all’orecchio “Lo sai che questo ti costerà, vero?”.
Lei lo sa. Oh, se lo sa, pensa, mentre un sorriso comincia ad incurvarle le labbra.
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