Mina camminava a passi svelti nella galleria centrale della grande città.I tacchi risuonavano ritmici sul marmo di quell’enorme corridoio di mura, vetri ed acciaio, che in un’altra ora della giornata, sarebbe stato gremito di folla ma che ora, a tarda notte, sebbene illuminato a giorno, era completamente vuoto.
Mina aveva freddo.
Il fiato le si condensava di fronte in nuvolette bianche: cappotto e stivali poco potevano fare per alleviare la morsa del gelo invernale e di quello che sentiva dentro.
“Quelle come te…”
Questa frase le rimbalzava ancora in mente, così come nelle orecchie le pareva di udire ancora nitidamente il disprezzo palese della voce di quella che, fino a pochi minuti prima, aveva considerato un’amica.
Era colpa sua del resto, solo colpa sua.
Aveva confidato lei in quelle persone chiamandoli “amici”.
Era stata ingenua, o forse aveva una strana propensione all’autodistruzione.
Sì, forse si voleva male. Quante volte glielo aveva ripetuto la sua terapeuta? Decine, centinaia? Mina non era capace di volersi bene.
Era per quello forse, che amava quel sesso così particolare? Quel sesso fatto di corde, di dolore, di lividi?
No. Non era possibile.
Quelli erano solo mezzi, puri e semplici strumenti per arrivare a qualcosa di più profondo e potente. Come poteva considerare “male” quelle sensazioni così penetranti e vitali?
C’è sincerità nel dolore quando viene dato ed accolto. E’ qualcosa di pulito, e così Mina lo aveva sempre considerato e continuava, nonostante tutto, a farlo.
Quello era anche il motivo per il quale, dopo tanto tempo, si era finalmente confidata credendo di avere di fronte la persona giusta. Aveva parlato con calma e lui, quel suo “amico”, pazientemente, l’aveva ascoltata e rassicurata. Mina aveva persino creduto che l’avesse capita.
Invece no. Che idiota era stata!
L’aveva usata, in fondo era questo ad essere accaduto, no?
Aveva preso quanto da lei raccontato e l’aveva usato come il pettegolezzo succoso della serata per ottenere un attimo di fama gratuita. A pagarne le spese però, era stata lei.
Sguardi indagatori e risolini avevano accompagnato la sua presenza tra gli amici al bar. Parole sussurrate, occhiate d’intesa. Mina non ci aveva fatto caso, non più di tanto almeno, solo un po’ di disagio. Si era data della sciocca con manie di persecuzione.
Invece, una volta da sole, al bagno Il sorriso di una delle amiche si era trasformato da forzatamente gentile a sprezzante, e le aveva detto tutto quello che pensava di “lei e di quelli come lei”. Parole dure, che l’avevano ferita e fatta sentire sporca.
Prima di scoppiare a piangere se n’era andata, balbettando una scusa e prendendo le sue cose, tra qualche sguardo stupito.
Una volta fuori, lontana dal locale e dalla gente, si era lasciata andare al pianto ed allo sconforto ed aveva camminato a lungo senza una meta precisa.
Ora si trovava lì, in galleria, sola.
Rallentò, si fermò appoggiandosi a lato di una vetrina. Si sentiva orribilmente male ed un turbine di idee, ipotesi, paure vorticava dentro di lei, mentre riviveva quella scena e quelle parole ancora, ancora e ancora.
Era così presa dai suoi pensieri che non notò subito la figura che le si era parata di fronte.
Mina alzò lo sguardo e vide un uomo alto e scuro di capelli. Vide i suoi occhi, vacui come se la mente dello sconosciuto fosse a mille chilometri dal qui ed ora.
Il resto accadde tutto velocemente.
Si sentì afferrare saldamente per le spalle e sbalzare per quello che le parve un volo di metri e metri. Chiuse gli occhi d’istinto e poi sentì l’urto che l’avvertì che aveva toccato terra….ma in piedi.
Si guardò attorno e si rese conto di essere dal’altro lato del lungo corridoio, in una zona poco illuminata Non poteva essere , pensò, si erano spostati di …. quanto? Trenta, quaranta metri, forse di più, in due secondi?
Non poteva essere,non in così poco tempo, non…
Paura gelida percorse la spina dorsale della donna mentre nuovamente si voltava verso lo sconosciuto.
Lui le stava sorridendo mentre ancora la teneva forte: un sorriso maligno e sornione.
In quel sorriso di denti bianchi e perfetti, lei potè vedere bene dei canini abnormi spuntare dalle gengive.
Seguì un istante di confusione totale in cui il terrore la invase completamente e poi….. poi Mina capì d’istinto di non avere via d’uscita: aveva di fronte un incubo e non c’era modo di svegliarsi.
Si sentì invadere da una calma irreale e con voce atona chiese “Sono morta?”
Egli rise piano e parve sinceramente divertito, quindi le rispose
“Ucciderti? E perché mai? I morti e gli scomparsi fanno sempre troppo clamore” e dopo una breve pausa in cui gli occhi riassunsero l’espressione vuota di poc’anzi, aggiunse con voce seria “ La mia gente non ama la pubblicità”
Liberò un braccio di Mina e con le unghie della mano prese a giocare coi bottoni del cappotto che si staccarono ad uno ad uno come tagliati dalla lama di un bisturi affilato.
“Voglio solo renderti un po’ più resistente…un po’ più forte…” continuò senza inflessione della voce e senza smettere di giocare con il cappotto che lentamente andava a brandelli esponendo le cosce velate solo da leggere calze nere.
“So cosa ti piace Mina. La gente nei locali parla molto. Io sento bene , sai?” disse con calma e lasciò che lo sconcerto riempisse lo sguardo di lei e poi continuò.
“Ed io…io preferisco avere qualcuno di….ehm…” Pausa. Occhi che sembrarono cercare qualcosa tra mille e poi s’illuminarono. “Ah, ecco, collaborativo.” Terminò d’improvviso, mentre un sorriso orrendo si dipingeva nuovamente sulla sua faccia.
Mina rimase immobile, quasi non respirava: la paura le impediva di muoversi e parlare. Potè solo rimanere lì a fissare quello sconosciuto terribile.
Lui avvicinò quindi le labbra all’orecchio di lei e le sussurrò, quasi con tenerezza “Non ti dispiacerà…vedrai. Avrai tempo di conoscermi.” poi la sua testa scattò rapida in avanti per mordere mentre con un’unghia incise profondamente la coscia di Mina facendone sgorgare sangue rosso rubino.
Mina urlò ma non seppe mai in seguito, se fosse stato per il dolore, per la paura paura………o forse per il piacere.
Nessun commento:
Posta un commento